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Alla fine del XVIII secolo, in occasione del rinnovamento promosso da Marcantonio IV Borghese, l’esposizione delle sculture, che all’epoca del cardinale Scipione erano presenti in ciascuna delle sale su entrambi i livelli della Palazzina, venne trasferita al piano terreno. Ciò comportò notevoli trasformazioni del piano superiore della Villa: la “Stanza dell’Ermafrodito”, privata del suo capolavoro, fu divisa in tre piccoli ambienti. La loggia aperta del Lanfranco dove almeno dal 1700 era stato collocato il celebre Vaso Borghese (in occasione della mostra esposto nel salone d’ingresso) venne chiusa per preservare dal degrado il grandioso affresco raffigurante il Concilio degli dei, commissionato dal cardinale Scipione nel 1624, forse la prima volta barocca a Roma, contemporanea delle grandi sculture di Bernini.
Il piano superiore del Casino venne così destinato ad ambienti di carattere privato ornati da dipinti mentre al piano terreno venne definendosi la funzione di museo di scultura.
La necessità di documentare l’esistenza della collezione al tempo del cardinale Scipione Borghese - benché la ricostruzione, in questo caso, sia assai più complessa poiché si avvale delle sole fonti d’archivio e della descrizione letteraria postuma di Manilli (1650) - ha indotto alla scelta di presentare al piano superiore della Villa alcuni capolavori della raccolta di antichità, evocando così la disposizione delle statue secondo l’allestimento del Seicento.
Le fonti descrivono le opere di pittura esposte accanto a quelle di scultura, in un costante raffronto tra le immagini dipinte e quelle scolpite. Era questo uno dei temi più intensamente discussi al tempo di Scipione Borghese, insieme a quello dell’emulazione dell’antico e della natura e della supremazia dei ‘moderni’ rispetto agli ‘antichi’.
Il vasto ambiente della “Loggia coperta”, secondo la denominazione riferita dalle fonti, ospitava una cospicua raccolta di statue antiche oggi in buona parte conservate tra le raccolte del Louvre e della Galleria Borghese.
Nel Seicento le opere erano disposte sui quattro lati con rigore simmetrico e il sontuoso arredo scultoreo, completato da una serie di busti-ritratto marmorei posati su sgabelloni lignei, era accompagnato dalle colonne di marmi policromi collocate agli angoli della loggia, sormontate da statue di piccole dimensioni. Gli assi delle pareti erano segnati da quattro coppie di sculture a grandezza naturale - delle quali si conservano le sole statue femminili di Flora e di Cerere del Louvre - sorrette da antiche are marmoree iscritte.
Tra le sculture principali, le fonti letterarie ricordano anche la presenza, al centro dei lati brevi, di due singolari elementi di naturalia, i teschi di un elefante e di un cavallo marino, memori della tradizione collezionistica tardo manierista dei cabinet di curiosità, una eccezione rispetto al tenore della raccolta del cardinale.
Sul lato lungo affacciato verso il salone d’ingresso, ai lati delle statue di Bacco e di Mercurio (entrambe disperse), erano collocate alcune sculture di dimensioni minori.
L’allestimento della mostra ricorda la presenza di due delle opere che nel Seicento costituivano l’arredo della sala: il Galata ferito del Louvre, documentato intorno alla metà del Cinquecento nelle raccolte di Palazzo Medici (ora Madama) da un disegno di Maarten van Heemskerck, e il bel gruppo marmoreo della Capra Amaltea, in collezione Borghese dal 1615, a lungo ritenuto un’opera antica e ricondotto allo scalpello del giovane Gian Lorenzo Bernini da Roberto Longhi nel 1926.