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Tra il 1779 e il 1782, questa stanza fu trasformata in un ambiente dedicato all’Egitto e alle sue suggestioni, sul modello del Gabinetto dei Papiri in Vaticano. L’esperimento superò ogni confronto, divenendo presto un esempio per tutte le successive sale dei palazzi romani dedicate a questa tematica. Nella volta Tommaso Maria Conca raffigurò le divinità planetarie, tra cui Urano rappresentato con la testa di cane del dio Anubis, e, al centro, il Nilo con i suoi figli, le inondazioni, e la dea Cibele.

In occasione della mostra, la sala, che conserva la ricchezza di colori e rivestimenti della decorazione tardo settecentesca, ritrova molti dei capolavori scultorei che la contraddistinguevano prima della vendita del prezioso arredo a Napoleone nel 1807.

Ai lati dell’edicola centrale, oggi occupata da una Cerere di marmo bigio, sono esposte due tra le più celebri sculture appartenenti al nucleo antico della collezione formata dal cardinale Scipione Borghese: la Zingarella a sinistra e il Moro a destra. A quest’ultimo, attribuito all’artista lorenese Nicolas Cordier, al servizio del cardinale tra il 1607 e il 1612, l’ambiente stesso era intitolato prima della risistemazione settecentesca.

In occasione della mostra la parete adiacente alla Sala VIII è stata ricostruita quasi totalmente: al centro dell’edicola campeggia l’austera Iside di Antoine-Guillaume Grandjacquet, fiancheggiata dall’altra celebre Zingara della raccolta di Scipione, anch’essa riferita a Cordier ma fortunatamente non inclusa nel novero degli oggetti inviati a Parigi, e dalla Diana cacciatrice, probabile opera cinquecentesca di un anonimo artista fiorentino. Queste sculture, ad eccezione della Iside, sono frutto di restauri moderni: i torsi, sebbene parzialmente rilavorati, sono tutti frammenti antichi cui furono aggiunti, tra XVI e XVII secolo, arti e teste di bronzo o di marmo nero.