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Nell’allestimento del XVIII secolo l’ambiente fu oggetto di un’ampia ristrutturazione, incentrata sull’esaltazione della statua antica più famosa della collezione, il Gladiatore di Agasia di Efeso, che fin dal XVII secolo originò la denominazione della sala. La sostanziale conservazione dell’impianto architettonico originario, illustrata dai disegni di Charles Percier, ha consentito una ricollocazione quasi completa delle opere trasferite a Parigi nel 1808.

A Vincenzo Pacetti si deve la realizzazione dei quattro atleti, frutto di un restauro condotto su sculture frammentarie antiche: il Cestiario e il Discobolo sulla parete confinante col Parco dei Daini e l’Atleta vincitore e l’Atleta in atto di ungersi sul lato opposto. Tra le due coppie, che dovevano riecheggiare la forza, l’agilità e il carattere agonistico dell’ambiente, sullo sfondo dei due dipinti di Jean-Baptiste Tierce, ritrovano la loro collocazione originaria anche due opere appartenenti al nucleo più antico della raccolta: il Cinghiale e la Lupa.

Alla riflessione sulla vita, sulla morte e sulla gloria imperitura, doveva alludere invece la Polimnia, musa del canto sacro ed eroico, opera di Agostino Penna che ricostruì la figura partendo dalla parte inferiore di un frammento romano, ispirandosi a prototipi antichi in cui la divinità appariva in atteggiamento pensoso.

Sulla parete opposta è stata risistemata la Coppia di vasi a forma di rhyton, associati in origine alla dea delle messi, la Cerere, qui rievocata da un disegno di Charles Percier, che restituisce l’effetto scenografico dell’insieme ideato da Pacetti. I due “corni” con teste di cervo, che si trovavano nel Seicento sulla sommità della scalinata di accesso al portico (attualmente sono sostituiti da copie) sono presentati per la prima volta ornati dai rigogliosi coronamenti di frutti di Lorenzo Cardelli, a lungo ritenuti dispersi.